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Arriva l'eco-multa sui premi Ue
Il taglio degli aiuti può arrivare fino all'8% e i risparmi saranno utilizzati per finanziare lo sviluppo rurale

Alessandro Mastrantonio

ROMA - Agricoltura fa sempre più rima con ambiente. Il legame con il territorio, rilanciato dalla recente riforma di Agenda 2000 con lo sviluppo della cosiddetta multifunzionalità - non più solo produzione di derrate agricole, ma anche fornitura di servivi, soprattutto ambientali - finora è stato «cementato» dai massicci finanziamenti erogati da Bruxelles.

Nel 2000, con oltre 1.750 miliardi gli incentivi agroambientali erano il secondo capitolo di spesa della Pac, alle spalle dei seminativi. Ora però il mondo agricolo dovrà fare i conti anche con l'altra faccia della medaglia, la cosiddetta econdizionalità. Una clausola prevista anch'essa dal fascio di regolamenti diramati all'indomani della riforma di Agenda 2000, che prevede sanzioni per gli agricolori che nella loro attività non rispettano le norme minime di rispetto del territorio.

Dopo un lungo periodo sabbatico, ora la griglia delle sanzioni - che consistono in una trattenuta sull'ammontare dei premi comunitari, il cui importo viene comunque riutilizzato per finanziare lo sviluppo rurale - è pronta. E dai prossimi raccolti, l'agricoltore che sgarra subirà un taglio degli aiuti comunitari che vanno da un minimo dell'1%, fino a un massimo dell'8 per cento. A seconda della gravità dell'infrazione, secondo la graduatoria predisposta dall'Agenzia per le erogazioni in agricoltura (Agea), che nei giorni scorsi ha diramato un'apposita circolare.

Il range dei requisiti ambientali richiesti spazia, nel settore delle coltivazioni e dei seminativi, dalla semplice manutenzione delle scoline alla realizzazione, nei terreni con maggior pendenza, di solchi di acqua temporanei, fino alla manutenzione dei canali collettori permanenti. La stangata più pesante si applica se al controllo risulta la totale assenza di queste opere richieste al produttore; la sanzione viene dimezzata se i lavori sono stati effettuati in modo insufficiente. Insomma, se gli agricoltori si pongono come «guardiani del territorio» e per questo ruolo ricevono anche sostanziosi incentivi, chi non rispetta le norme più elementari di salvaguardia ambientale dovrà pagare una penale.

Più pesante, e senza una gradualità delle sanzioni, le multe nel settore degli allevamenti zootecnici, finito spesso sul banco degli imputati proprio per il forte impatto ambientale, viste anche le caratteristiche intensive del modello italiano di allevamento. In queste settore la circolare Agea si limita a richiamare quanto già previsto da precedente decreto del ministero delle Politiche agricole: le ecopenalità, tutte collegate all'obbligo dello stoccaggio dei reflui zootecnici negli allevamenti a stabulazione fissa, prevedono un taglio degli aiuti comunitari pari al 4% per ovini e caprini. La sanzione sale al 7% per gli allevamenti di bovini.

Per non incappare nelle sanzioni, gli allevatori - precisa la circolare - devono raccogliere i reflui aziendali in bacini impermeabili conformi alle leggi vigenti e nel fascicolo aziendale deve essere inserito un attestato sulla impermeabilità del bacino rilasciato dall'autorità competente. Un provvedimento, come si diceva, atteso da tempo, visto che il regolamento comunitario 1259/99 imponeva agli Stati membri l'obbligo di questa opzione-ambientale. Che tuttavia, nelle sue modalità di applicazione, suscita qualche perplessità nel mondo agricolo.

Due in particolare i rilievi, sui quali le organizzazioni agricole si preparano a chiedere congiuntamente alcune modifiche. Il primo riguarda proprio il settore zootecnico, per il quale - secondo Confagricoltura - andrebbe inserita la stessa gradualità delle multe, come previsto per le coltivazioni e come stabilito dallo stesso decreto ministeriale.

E ancora, andrebbero precisate meglio le modalità dei controlli e delle valutazioni delle irregolarità, nell'interesse degli agricoltori e anche della stessa attività di controllo. Una seconda richiesta di chiarimento riguarda la delimitazione delle penalità, che non devono colpire tutta la superficie aziendale ma - sostengono i produttori - soltanto le colture o le particelle per le quali è stato riscontrato il mancato rispetto dei requisiti ambientali.

 

 

 
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