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Agricoltura, i conti difficili
con l'ambiente
Crescono consumi d'acqua ed emissioni
di gas serra - Negativi i trend negli Usa
L'agricoltura non è solo quella
che appare negli spot "laccati", con grandi campi di un
verde tanto intenso da apparire surreale. Ma non è nemmeno
il calderone "maledetto" i cui prodotti possono scatenare
psicosi collettive, come nel caso di "mucca pazza".
L'agricoltura è un settore produttivo
moderno e complesso che, come e più di tutte le altre attività
umane, è legato all'ambiente da un rapporto diretto e simbiotico.
Un rapporto - spesso mitizzato, talvolta demonizzato - che
l'Ocse, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo
economico alla quale aderiscono i 30 Paesi più evoluti del
pianeta, ha analizzato a cominciare nel 1997 con alcuni
studi sull'impatto ambientale del settore primario.
La serie quest'anno è arrivata
al terzo appuntamento con la pubblicazione di uno studio
che esamina l'agricoltura dei Paesi Ocse attraverso indicatori
ambientali. Ne esce l'immagine di un settore che, almeno
negli Stati più sviluppati, ha imboccato la strada di un
rapporto più attento all'ambiente, benché la situazione
nel suo complesso presenti aspetti molto critici
L'Italia dà buona prova di se:
l'indagine mostra che l'agricoltura della Penisola è ai
vertici mondiali di alcuni indicatori per "pulizia". Tuttavia,
restano gravi problemi irrisolti, soprattutto dove (acqua,
aria ed erosione del suolo) non entrano direttamente in
gioco le pressioni emotive dei consumatori e i timori per
l'alimentazione. Terra. Il primo e fondamentale fattore
produttivo è il terreno.
Tra gli indici più importanti
esaminati dall'Ocse ci sono quelli sull'uso che si fa della
terra e l'impatto a cui è sottoposta dalle coltivazioni
e dall'allevamento. Cattive notizie arrivano dal fronte
dell'impiego di fertilizzanti. Il carico di azoto per ettaro,
esaminato nel decennio tra il periodo '85-87 e quello '95-97,
non è calato: la media Ocse di quindici anni fa vedeva,
infatti, era di 23 chili di azoto impiegato per ettaro,
lo stesso dato del '95-97.
Ma gli squilibri, e le divergenze
nei trend di impiego, sono assai elevati: si passa - come
mostra la tabella pubblicata sopra - da un record di 314
chili per ettaro in Olanda nell'85-87 (calato a 262 dieci
anni dopo), dovuto anche all'alto input per una zootecnia
intensissima, a un minimo di cinque chili nel primo periodo
in Nuova Zelanda, saliti a sei nel '95-97. L'Italia si posiziona
"benino": non tanto per il valore assoluto, che era di 44
chili per ettaro nell'85-87 ed è calato a 31 dieci anno
dopo, sempre molto sopra la media Ocse.
Ma soprattutto perché la Penisola
si pone al sesto posto tra i Paesi Ocse che più hanno ridotto
l'impiego dei composti azotati, tra i principali responsabili
- tra l'altro - dell'eutrofizzazione delle acque. Notizie
migliori sul fronte dei pesticidi. In questo campo l'Italia
è il quarto Paese Ocse per maggiore riduzione del loro uso
tra l'85-87 e il '95-97, con un calo superiore al 50%: dalle
99.100 tonnellate impiegate nel primo periodo si è passati,
infatti, a 48.270 dieci anni dopo.
È un trend simile a quello messo
a segno dall'Unione europea, che ha imboccato da più di
un decennio forme di sostegno pubblico alle attività meno
inquinanti nell'ambito della Pac, la Politica agricola comunitaria
da cui derivano la maggior parte delle risorse destinate
ogni anno al settore. Nel periodo in esame la Ue ha visto
calare le tonnellate di pesticidi utilizzati da quasi 384mila
a meno di 254mila, con una contrazione di oltre il 20 per
cento.
Bocciati invece gli Usa, il "granaio"
del mondo, rimasti pressoché stabili: da 377mila a 373mila
tonnellate di pesticidi l'anno. Acqua. Su questo fronte
le indicazioni non sono tranquillizzanti. L'acqua sta diventando
sempre più una risorsa "a rischio", sia in termini di disponibilità
che di qualità.
E il suo impiego in agricoltura
e zootecnia, nei tre lustri tra i primi anni '80 e la seconda
metà dei '90, è aumentato in ambito
Ocse di quasi il 5%, passando da 402 a oltre 422
miliardi di metri cubi l'anno. I consumatori maggiori, anche
se con un trend in calo, sono gli Stati Uniti: da quasi
203 a 195 miliardi di metri cubi l'anno. Nell'Unione europea
è invece aumentato il consumo: da 67,5 a 74,4 miliardi di
metri cubi.
Gran parte di questo oceano finisce
nei campi italiani, che ne assorbono sempre di più: la Penisola
agli inizi degli anni '80 impiegava 31,9 miliardi di metri
cubi, quindici anni dopo era oltre 33 miliardi di metri
cubi l'anno. Aria. Agricoltura e allevamento hanno una parte
di responsabilità - sebbene inferiore a quella dell'industria
- anche nell'inquinamento dell'atmosfera, attraverso l'emissione
dei gas serra (principalmente anidride carbonica, metano
e biossido di azoto) responsabili del progressivo innalzamento
della temperatura del pianeta.
Nei cinque anni tra il 1990-92
e il 1995-97 l'agricoltura dei Paesi Ocse ha visto l'emissione
di questi gas crescere quasi del 2% a 1,18 miliardi di tonnellate
l'anno, per una quota pari all'8,4% del totale delle emissioni
di gas serra. In ambito europeo invece, nel periodo in esame,
si è riscontrato un calo del 2 per cento. Ma l'Italia "ha
remato contro", con un incremento delle emissioni agricole
dell'1,5% circa.
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