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Vino, volata
finale per salvare gli aiuti
MILANO
Ci voleva unaccusa forte come quella fatta al VinItaly
dalle organizzazioni professionali per smuovere la paludosa
burocrazia che accerchia il pimpante mondo del vino (si
veda «Il
Sole-24 Ore» del 6 aprile).
Una
settimana fa, mentre i poteri forti della politica e delle
amministrazioni centrali e periferiche, con le loro corti
di
pubblicani al seguito, facevano bella presenza al grande
Salone
internazionale veronese, promettendo improbabili sostegni
per il
rilancio del vino italiano nel mondo, i rappresentanti agricoli
hanno finalmente colto lattimo.
E,
allarmati, hanno detto allunisono quello che da tempo
volevano si dicesse; cioè che lItalia, per
colpa dei ritardi nella
presentazione a Bruxelles del Piano nazionale per la
riconversione viticola, sta perdendo i 200 miliardi che
la Ue ha
messo a disposizione con la riforma comune di mercato (Ocm)
approvata due anni fa.
Unaccusa
forte, dunque, che nel giro di 24 ore ha spinto lAgea,
lagenzia ministeriale per le erogazioni in agricoltura,
a istituire
una corsia preferenziale per la certificazione del patrimonio
viticolo esistente. Una mossa giusta, anche se poteva essere
fatta prima, per dire che i ritardi nella presentazione
delle
domande da parte dei viticoltori «sono imputabili
ad altre
amministrazioni» e, soprattutto, che fa capire che
i tempi a
disposizione per la presentazione delle domande sono
veramente al lumicino: 30 aprile, cioè fra due settimane.
A parte questo, listituzione fa comunque sapere che
a tuttoggi
«sono stati inviati a Bruxelles 19 piani per la ristrutturazione
predisposti dalle Regioni». Ma aggiunge anche che
è stata
predisposta unapposita circolare con la quale si sollecitano
le
Regioni a trasmettere i dati, al fine di avere un quadro
chiaro della
situazione. Che, «al momento, è in itinere».
Conclusione: oggi
nessuno sa quanti fondi lItalia riuscirà a
recuperare dei 194
miliardi che lOcm ha messo a disposizione dei vitivinicoltori
italiani per il 2000/2001. Fondi, si badi bene, che se nessuno
reclama finiranno inevitabilmente ad altri Paesi, come Francia
e
Spagna, che hanno già adempiuto a quelle che sono
le pratiche
richieste dalla riforma.
Fortuna
vuole che a fronte di una situazione istituzionale
assolutamente incerta, si contrappone un mondo reale che
dimostra di avere uno spessore di qualità e capacità
in grado di
competere a fronte alta la sempre più agguerrita
concorrenza
internazionale. «La globalizzazione del mondo del
vino è un dato
di fatto», dice Jacopo Biondi Santi, presidente dellIw&fI
di New
York, un istituto voluto da aziende italiane del settore
alimentare
che ha la funzione di monitorare in continuazione il mercato
americano.
«È
un dato di fatto aggiunge lerede dellinventore
del Brunello
di Montalcino ed egli stesso, con la moglie Francesca, tra
i
protagonisti del Morellino di Scansano creato in questi
ultimi anni
nelle tenute del Castello di Montepò che lItalia
vinicola non ha
nulla da rimproverarsi nelle scelte fatte per migliorare
la qualità e
loriginalità delle proprie offerte. Una strada
non facile, ma che si
sta rivelando essere la più corretta e profittevole
sui mercati
internazionali».
Come
corretta e utile si sta rivelando la scelta fatta da un
altro
gruppo di otto aziende di medie dimensioni (Chiarlo, Girardi,
Bisol, Pighin, U. Cesari, Garofoli, Carpineto e Mantellasi)
di
regioni diverse che, pur restando assolutamente autonome
nella
gestione aziendale, hanno messo insieme le proprie esperienze
«per portare nel mondo dice il presidente Antonio
Zaccheo
della Carpineto unofferta di vini ampia e diversificata
e,
soprattutto, di grande qualità». Ed è
grazie a questo che i loro
fatturati allestero in pochi anni sono più
che raddoppiati.
Difficile dare torto a queste esperienze, visto che lexport
è un
termometro assolutamente preciso sullo stato di salute di
qualsiasi prodotto. E che nel caso del vino ha visto la
lancetta del
business del 2000 salire a livelli da record assoluto, con
introiti
pari a 4.712 miliardi di lire.
N.D.B.
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