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Riforma agricola, ricorsi a raffica
Formigoni scrive ad Amato: il testo supera i limiti della
delega del Parlamento, chiederemo il parere della Consulta
ROMA
Si allarga il fronte dell'opposizione alla legge di riforma
dell'agricoltura, messa sotto accusa sia dalle Regioni che
dai vertici dell'Agea per lo sconfinamento della delega.
Dopo la bordata di critiche sparata dall'Emilia-Romagna
(si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri), ora scende in campo
anche il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni,
che ha scitto al presidente del Consiglio.
E mentre
cresce la protesta, il testo definitivo dei tre decreti
che danno attuazione alla legge di orientamento, nonostante
siano stati approvati dal Consiglio dei ministri del 2 maggio,
è ancora sottoposto al lavoro di «limatura» della Presidenza
del Consiglio. Proprio l'incertezza sulla stesura definitiva
sembra alimentare il malcontento delle Regioni.
Il
cui obiettivo ora è di bloccare con ogni mezzo l'applicazione
dei decreti legislativi "firmati" dal ministro delle Politiche
agricole, Alfonso Pecoraro Scanio. Per fermare il corso
della legge il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni,
ha preso carta e penna e si è rivolto direttamente al presidente
del Consiglio, Giuliano Amato, chiedendo «ulteriori perfezionamenti
e valutazioni comuni che sappiano ricucire il rapporto tra
i diversi livelli istituzionali». Ammonisce Formigoni: «Un
testo calato con forza e ad ogni costo dall'alto porterà
a un contenzioso a livello di Consulta che non gioverebbe
alla leale e costruttiva collaborazione tra Governo e Regioni».
Per
la legge d'orientamento si profila dunque un ricorso alla
Corte costituzionale. Nel testo finale - denunciano le Regioni
- non solo sono stati ignorati gli emendamenti proposti
in sede di Conferenza Stato-Regioni, ma sono state introdotte
anche aggiunte sostanziali non concertate, come la creazione
di nuove strutture, dall'organismo parallelo dell'Agea alla
Commissione per la sicurezza alimentare. Iniziative che,
secondo le Regioni, non rientrano nella delega assegnata
dal Parlamento. Insomma, quanto basta per spingere le Regioni
a fare quadrato. Così, gli uffici legislativi di Emilia-Romagna,
Lombardia, Veneto e Puglia sono già a lavoro per preparare
una raffica di ricorsi.
L'assessore
all'Agricoltura e Ambiente dell'Emilia-Romagna, Guido Tampieri,
era stato il primo a denunciare la pesante ingerenza nelle
funzioni regionali. «Non permetteremo che siano lese le
nostre prerogative», dice puntando il dito soprattutto sugli
articoli che regolano i rapporti tra amministrazione pubblica
e imprese agricole nei settori degli appalti e della gestione
dell'ambiente. Alza ora il tiro l'assessore all'Agricoltura
del Veneto, Giancarlo Conta, che avverte: «Intraprenderemo
tutte le azioni che possano impedire l'applicazione della
legge».
L'assessore
veneto bolla come «illegittima» la legge: sotto accusa non
solo il capitolo che regola la multifunzionalità, ma anche
l'introduzione delle nuove regole sull'Agea su cui - aggiunge
- le Regioni avevano già detto no al ministro. L'assessore
contesta anche la nuova definizione di imprenditore agricolo
e in particolare l'estensione della qualifica alle cooperative
che forniscono beni e servizi e che rischia di creare molti
problemi: si allarga, infatti, la platea dei destinatari
dei benefici in una fase di ridimensionamento dei fondi
Ue.
La
Lombardia è perentoria: molti articoli sono incostituzionali.
La Regione inoltre non ci sta ad accettare norme nazionali
che regolano l'impiego di risorse regionali. Con il ricorso
alla Corte costituzionale si intende perciò esprimere un
profondo rifiuto che impegnerà, comunque, il prossimo Governo
a rimettere mano ai decreti. Nella guerra alla "riforma
agricola" le Regioni sembrano aver ritrovato un approccio
unitario.
Il
responsabile dell'agricoltura pugliese, nonché coordinatore
degli assessori regionali, Nino Marmo, denuncia le «scorrettezze
formali e sostanziali» e prepara una linea d'azione comune
da discutere al primo incontro utile con i colleghi delle
altre Regioni. «I decreti devono essere rivisti poiché,
così strutturati, invadono le competenze regionali».
Annamaria
Capparelli
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